I NOSTRI SOGNI SOMIGLIANO ALLE VIGNETTE DI ALTAN: intervista ad Antonino Ferro, psicoanalista.

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«Non sogniamo solo di notte, sogniamo anche da svegli: un’ attività onirica altrettanto inconscia avviene durante il giorno, di continuo. Sono invece fantasmagorie della mente, ma comunque stati della coscienza, quei sogni ad occhi aperti che noi chiamiamo rêverie». Chi parla è Antonino Ferro, 63 anni, palermitano trapiantato a Pavia, ma conosciuto ovunque: i suoi libri sono tradotti in più di dieci lingue – dal turco all’ ebraico, al coreano.

Ora ne escono due nuovi: uno s’ intitola Tormenti di anime (Cortina, pagg. 216, euro 21), l’ altro – firmato con Simone Vender – si chiama La terra di nessuno fra psichiatria e psicoterapia (Bollati Boringhieri, pagg. 250, euro 32). Ferro non rappresenta “la” psicoanalisi (che al singolare non esiste più), ma piuttosto la scuola bioniana – rêverie è un termine introdotto proprio dal geniale Bion (da rêver, in francese sognare). “Didatta” della Società psicoanalitica italiana, oggi parla al congresso di Taormina. Il titolo del suo intervento rimanda a non meglio identificate “navette per l’ inconscio”. Ma cosa sono? «Sono “shuttles” che ci consentono dei viaggi – di va e vieni – nell’ inconscio e dall’ inconscio. Una volta si guardava ai lapsus, agli atti mancati, alle dimenticanze e soprattutto al sogno notturno come strumenti che ci connettevano all’ inconscio. Oggi prevale l’ onirico in tutte le sue declinazioni». Che fine ha fatto la “via regia” verso l’ inconscio, tanto cara a Freud? «Non si parla più esclusivamente del sogno notturno, ma anche di un pensiero onirico allo stato di veglia che trasforma in immagini tutte le sensazioni e gli stimoli da cui siamo bombardati. Sono immagini che si formano in modo inconsapevole. Noi li definiamo “pittogrammi”». Pittogrammi? Siamo in pieno slang psicoanalitico… Può tradurre? «I pittogrammi sono come le vignette di Altan». In che senso? «In questo senso: ovviamente le vignette di Altan sono tutt’ altro che immagini inconsce, ma consentono una presa di distanza dalle “cose” che sono fonte di angoscia, perché ne restituiscono uno statuto di pensabilità, un senso. Ora, faccia conto che qualcosa ci procuri dolore o rabbia o frustrazione. Se quest’ insieme di emozioni, meglio di protoemozioni, restano a uno stato crudo, non elaborato, producono “malattia”. La nostra mente è però capace di trasformarle in pittogrammi, che noi oggi consideriamoi costituenti dell’ inconscio e – tutti insieme la matrice del sogno notturno». Sta dicendo che la funzione Altan somiglia alla funzione Alfa di Bion? «Sì, più o meno. Voglio dire soprattutto che se abbiamo la capacità di sognare di giorno e di notte, stiamo bene. La sofferenza psichica nasce proprio quando s’ inceppa l’ attività onirica: il dreaming ensemble, come lo chiama James Grotstein. Minore è la capacità di sognare, maggiori sono le severità delle patologie. Un altro analista americano, Thomas Ogden, tra i più creativi che abbiamo al mondo, dice che il fattore terapeutico fondamentale è aiutare il paziente a sognare i sogni che non è stato o non è capace di fare: la stanza dell’ analisi è luogo onirico per eccellenza, è il sogno condiviso di due menti che costruiscono insieme significati e catene visive». I sogni ad occhi aperti sono oziosi vagabondaggi della mente, pigre fantasticherie, o il concetto di rêverie li ha rivalutati? «L’ abbandono al flusso dei sogni ad occhi aperti implica una maggiore pienezza dell’ anima. Una perdita provvisoria di contatto con la realtà può essere preziosa per focalizzare problemi, far riemergere ricordi, immaginare il futuro. Naturalmente cambia molto se si lascia spazio alla fantasia, all’ immaginazione, o se prevale il pensiero computerizzato». Negli ultimi mesi si è letto e parlato di “uomo senza inconscio” (Recalcati), o anche di “inconscio tecnologico” (Galimberti). Lei che ne pensa? «Penso che l’ inconscio è la nostra struttura portante come esseri umani. È come se al nostro corpo mancassero i femori: non potremmo alzarci dal letto, non potremmo vivere! Sarà un discorso poco alla moda, ma noi siamo sempre gli stessi da quando siamo diventati specie sapiens sapiens. Non possiamo comparare le ere geologiche con la vita di una rosa, per dirla con il poeta. In attesa di un salto evolutivo, non c’ è alcuna novità nel funzionamento mentale, salvo che ne sappiamo molto di più». La dimensione post-umana non fa nessuna differenza? Molti suoi colleghi parlano di un “contesto di morte”, degli effetti – anche inconsci – del “traumatismo diffuso”… «Il traumatismo diffuso c’ è sempre stato: oggi con la crisi, il terrorismo, le catastrofi climatiche, ieri con le guerre e gli stermini, prima con le emigrazioni e le pestilenze, prima ancora con gli animali feroci che ci assalivano… Ma noi sogniamo come prima: i sogni della signora Sarkozy saranno simili a quelli di Cleopatra: cambia il linguaggio. E quando ci innamoriamo, perdiamo la testa non come un secolo fa, ma come seimila anni fa. E quando un figlio muore, abbiamo le stesse angosce del padre di Patroclo! Certo che abbiamo più difficoltà a entrare in contatto con le nostre emozioni più profonde, ma bisogna intendersi: una cosa è la sociologia, un’ altra l’ antropologia, un’ altra ancora la psicoanalisi».

Fonte: corriere.it

Pagina a cura di:
Dr. Alessandro Lombardo
Psicologo
 
Studio: 
via Gaudenzio Ferrari 11
Torino
+39 3384242415
alomalto@gmail.com

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