BORDERLINE. UNA STORIA

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BORDERLINE. UNA STORIA DI VALENTINA COLOMBANI
 
Il libro di Valentina Colombani si apre con una breve, esplicita premessa: “Questa è la mia storia; la storia di una bambina ricca e sola, con una malattia psichiatrica insidiosa, cattiva e dal nome complicato. Ed è, allo stesso tempo, la storia delle persone che ho amato e poi perduto”. Subito dopo, eccoci proiettati a Milano, nei favolosi anni ottanta: grande musica, grandi soldi e grandi sogni. Valentina ha quattordici anni, una faccia facciosa e un corpo con troppi residui di baby fat.

Vorrebbe tanto essere fatta come una stratocca di modella, con viso da fata e corpo acerbo da gazzella. Per questo ci dà giù di brutto con lassativi, diuretici, body building e saune. Né questi supplizi inflitti al proprio corpo hanno motivo di stupire: bulimica, Valentina si rimpinza di cibo solo per fiondarsi in bagno a vomitarlo. A casa, intanto, sua madre passa il tempo nuda nel letto a guardare senza vedere robaccia tipo General Hospital, inebetita da dosi industriali di vino rosso, martini bianco e benzodiazepine. Ma quanto a psicofarmaci, neppure Valentina ci scherza. Per lei Serpax, Mogadon, Hennessy, Lexotan, Minias e via dicendo, meglio se mescolati con vodka all’arancia, sono all’ordine del giorno. Né ci sono remore nello spararsi in vena o naso ero e coca, magari ben miscelate pure queste. Intanto, il padre lavora come un mulo e fa soldi a palate, tutto pur di non affrontare lo spettacolo di moglie e figlia in completo sfascio. Questa la situazione iniziale, la storia procede senza concedere momenti di tregua per venti anni e centoquindici pagine. Da Milano si passa a un college sul Crystal Lake, poi si torna in Italia e, di qui, si riparte per New York e, dalla East alla West Coast, per Mission Bay. Dopo la parentesi californiana, è di nuovo un gran sbando fra Milano e dintorni, eleganti appartamenti e cliniche di lusso, fino all’entrata in una comunità terapeutica nei pressi di Torino.

 
 
All’avvicendarsi dei luoghi corrisponde un avvicendarsi di nomi maschili. Ma accade che, nella vita di Valentina, gli uomini passino non solo rapidamente, ma anche senza lasciare traccia del loro nome. Spesso ridotti al tempo e alla circostanza di una marchetta, fatta di certo non per bisogno di soldi. Anzi, in questo disordine sconfinato, decine e decine di milioni di lire vengono dilapidati in spese folli, carta di credito alla mano, sempre alla vana ricerca di un appagamento. Nello spingersi oltre ogni linea di frontiera, sembra reggere solo la figura del padre, amatissimo e proprio per questo messo a durissima prova. È lui che, scoppiando in lacrime, finirà per riassumere: “Ho fatto l’impossibile per te, per te che hai fatto sempre il cazzo che hai voluto. Tutti i tuoi comodi, tutti i tuoi stonini, come li chiami tu. Ti ho dato mille occasioni, e le hai sprecate tutte. Tutto quello che tocchi diventa merda. Forse io non posso più occuparmi di te. Forse dovresti andare a vivere con i tuoi barboni, riempirti di sostanze e lasciarmi in pace”. Il sospetto ormai circola intorno a Valentina: nessun fondo della disperazione da toccare e, a partire di lì, riemergere. Semplicemente perché non c’è fondo che possa mettere un limite alla disperazione messa a nudo. Il peggio è una possibilità mai scongiurata, né scongiurabile.
Non è così consueto leggere un libro italiano come quello di Valentina Colombani. I nostri scrittori non sono prodighi di questo genere di letteratura. Anzi, evitano accuratamente gli hara-kiri, li trovano poco eleganti. Preferiscono garbate finzioni, tanto ben scritte, che spesso sono un trionfo dell’asepsi. Oppure è il caso di trasgressioni che si consumano tutte sulla carta, senza che riescano a prendere spessore. Non a caso, Borderline segnala punti di riferimento che stanno tutti fuori dall’Italia. Le sue cento pagine sono divise in quattro draft. All’interno di ognuno, i capitoli recano titoli perlopiù in inglese, come Higher Than Heaven o What Falls Away. Quanto alla protagonista, è una che lo dice e lo ripete dall’inizio alla fine. Lei, quello che vuole, è scrivere. Ma eccolo il suo programma: “Vorrei scrivere una storia su un mostro biblico di nome Sirrush, raffigurato sulla porta di Ishtar, nell’antica città di Babilonia, come un enorme drago con la testa da serpente”. E chissà che, con Borderline, Valentina Colombani non sia riuscita a scrivere proprio quella storia.
 
Quindi, sì, poco ma sicuro: non se ne leggono tanti di libri italiani come questo Borderline. Ma stiamoci attenti, perché la sua diversità – il suo essere un mostro – non è determinato da quello che vi si racconta. In fin dei conti le scelleratezze di Valentina Colombani sono cose che, se non in italiano, in altre lingue ce l’hanno già raccontate e riraccontate da un pezzo. Al cinema, in certi film, ce le hanno pure messe sotto gli occhi. A impressionare davvero non è tanto la vicenda dei disordini esibiti senza ritegno. Semmai, impressionano il ritmo narrativo, che incalza impedendo di mettere il libro da parte, e l’efficacia con cui un pezzo di vita viene trasferito sulla pagina. Certo, aveva ragione Valentina Colombani a voler scrivere, per il semplice fatto che, Borderline alla mano, lo si capisce: Valentina Colombani è una scrittrice. È una che sa scrivere e, sapendolo fare, riesce a trasformare il suo caso nel paradigma di una certa condizione. Troppo facile liquidare Borderline come una confessione spudorata, su cui impietosirsi o rimanere allibiti. Valentina Colombani sa come si costruisce una frase, dove occorre mettere un aggettivo, quando interrompere una scena. A parte il titolo Les fleurs du mal e una frase di Norman Mailer citata in epigrafe al draft two, molto pochi i libri a cui si fa rinvio. Invece, tante canzoni, tanti sceneggianti televisivi, tanti film ricordati fra le righe: Big in JapanAgainst All Odds di Phil Collins, la colonna sonora di Thelma & LouiseHappy Days e BaywatchNe me quitte pasSomething’s Got to Give con Marilyn e via dicendo. Insomma, un libro fatto con pezzi di vita, con scarti, con robe e robacce deperibili. Tutto miscelato, tutto sorretto da frasi veloci, tante piccole fotografie, uno scatto dopo l’altro, che portano avanti, sempre più avanti.
 
 
Un solo difetto. Che è di costruzione, più che di scrittura. Non piace molto il finale, quel concludersi all’insegna della speranza, nella quiete della comunità terapeutica torinese. Lì Valentina Colombani trova il luogo dove vivere al riparo da se stessa. Lì dà finalmente inizio a un progetto di vita, assistita da una dottoressa esile e bellissima, che le ricorda la madre disperatamente amata, e da efficienti operatori che la incoraggiano a scrivere. Certo, non ci si può che rallegrare davanti a simile finale. La vita di Valentina Colombani ci ha indubbiamente guadagnato in qualità. Ma purtroppo, in qualità, verso la fine ci hanno perso un po’ il suo libro e la letteratura. Sarebbe stato meglio mettere la parola fine prima, quando il naufragio non conosceva orizzonti. Riferito in modo troppo sintetico, in poche pagine conclusive, l’approdo alla comunità è come uno happy end un po’ incongruo, appiccicato. Ci sarebbe stata materia per un’altra storia, da raccontare in seguito, in una prospettiva più meditata, più convincente. Ben vengano le conclusioni in rosa nella vita, ma non è di questo che c’è bisogno in letteratura. Del resto, siamo proprio sicuri che la letteratura sia tenuta a consolare? Quali sono, in letteratura, le vite giuste e le vite sbagliate? Comunque sia, arrivati alla fine di Borderline, non ci sono dubbi. Una voglia è rimasta: quella di poter leggere presto un prossimo libro firmato da Valentina Colombani.

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